giovedì 24 marzo 2022

prendersi cura tra le pagine Credo che la grande letteratura si chiami così, anche se è solo una frase fatta, perche fa succedere cose, sa sempre trovare a se stessa un perchè, e lo sa far trovare anche a chi si trova sulle sue pagine. Per esempio #1 Succede che arrivo ad aprire Lezione americane di Calvino solo a questa mia tenera età di quasi 40, pur avendolo “sempre” saputo come un caposaldo, pur avendo Calvino tra i miei idoletti di libreria, di poetica e di visione del mondo. Appppppparte il suo stile che da solo è buono a farmi esaltare e sentire subito bene – cioè da risponder alla domanda “ebbè come va” “ benissimo!” Anche se mi è appena caduto un macigno sulla testa . A parte l'assunto di partenza del libro, che si commenta da solo - è successo che ho ritrovato in alcuni passaggi e in tutto il senso del capitolo La leggerezza, dei riferimenti, dei rimandi – non c'è bisogno di aggiungere se impliciti o espliciti, perchè è quello che a lui non interessava, e lo dice sempre qua a proposito del mito, di come noi “usiamo” il mito, ostinandoci a voler interpretare e spiegare, che è proprio ciò che va contro la leggerezza; dei rimandi, dicevo, alla realtà odierna, all'attualità, o meglio, al mio rapportarmi ad essa in generale. E in particolare ... alle vicende di guerra che da qualche settimana fanno parte della realtà.
vicende che ne fanno parta sia che una come me, o io, guardi le notizie sia che no; sia che ci pensi ci soffra si indigni analizzi ne faccia incubi provi pietà, sia che no. In queste settimane, parlando con amici, e dichiarando la mia non persistenza informativa a riguardo, mi sono trovata a chiedermi come mai, se sia giusto o no, se sia diventata cinica o no ( io che..me lo lascio ricordare, a 16 anni guardavo red ronnie non solo perchè ospitava i cantanti ma anche perchè proponeva approfondimenti con giornalisti in studio sulla guerra in Iraq, e che ho interi raccoglitori di rassegne stampa di politica estera dei primi anni 2000 – io che.. faccio troppa fatica a seguire guardare ascoltare i contenuti e toni dovutamente retorici dei telegiornali, e inevitabilmente continuamente aggiornati, notizie sempre diverse e sempre uguali dai secoli dei secoli ( su questo potrei citare qualcosa anche D.H. Thoreau, dal suo Vita nei boschi) cercavo uno straccio di possibile risposta.. o giustificazione ? Il fatto è che riconosco una certa incapacità connessa in primis a una non volontà - o viceversa ? - a proferire parola a riguardo, come un volersi ribellare al non dire banalità, che lo sono in quanto frutto della nostra impotenza, quel senso e quella realtà di impotenza che, di fatto le nostre parole le nostre condivisioni i nostri sforzi di capire e sapere hanno l'umano obiettivo di aggirare, come schiantandosi ogni volta contro un muro di gomma...
Cosa che mi succede spessissimo anche di frontre a opere artistiche, per esempio i film, dato che si parla di “ visione”. “ Il rifiuto della visione diretta” riguarda non solo l'approccio personale ma lo si applica anche a monte del processo comunicativo (prima ancora che artistico: dove nasce un'informazione che qualcun altro è pronto a ricevere), alle scelte registiche / drammaturgiche per esempio, di cosa e come dire e quindi mostrare, di didascalizzare le cose, esempio che si presta bene al tema della violenza, in generale, per esempio.Mostrare tutto o troppo non ci dice niente di nuovo, la maggior parte delle volte. Ma ora sto strasbordando, e non sono preparata per difendere questa tesi qua. Per esempio #2 Tra gli altri testi che parallelamente e ultimamente si affacciano sui miei occhi, sul mio comodino e dai miei zaini , ce n'è uno in particolare che non molla, di quelli che non vuoi rimettere a posto ( o resituire al proprietario prestevole ). Spesso questi sono libri di poesia o similtali, questo non lo è propriamente dato che è una raccolta di racconti di Giuliano Scabia che non sono etichettabili, non sono davvero testi teatrali, commedie, lettere ..ma è poetico nella misura in cui, di nuovo, non dice le cose come sono, non ci viene a descrivere, ma ci porta pagine piene di magia, animali, uomini, evocazioni mitologiche intrecciate con leggende cavalleresche e invenzioni immaginifiche, che per la loro densità e fascino si fanno leggere e rileggere, alla ricerca di sensi-interpretazioni-connessioni-ricordi-ma anche nuove strade. anche solo poche righe ogni tanto, libere dalla schiavitù della storia, dei personaggi, dei significati letterali, del famigerato senso ..
Qualche giorno fa, in uno di questi tirarfuori il libro da una trasferta, ne è scivolata fuori una foglia che ci si era annidata dentro, due foglie anzi, cadute da un albero di ginko biloba, quello che si nei Giardini Pubblici di questa città. Ormai benissimo ingiallite, forse erano là da questo ottobre, forse da quell'altro. La foglia è caduta di nuovo - quindi - e nell'istante in cui mi arriva alle dita ( cambio del tempo narrativo) se ne rompe un angolino, un segmento dell'ondina che ne definisce il contorno lobato. Non ho avuto la prontezza di salvarla, o forse sono proprio io che incautamente l'ho rotta. Eppure aveva resistito a molti piccoli viaggi del libro.. Del resto la più importante caratteristica dell'albero di ginko è proprio la longevità, alla quale si legano i significati simboli legati alle vicende storiche del Giappone, paese da cui ha origine. La bellezza di quest'albero è universalmente riconosciuta, la forma della sua foglia è unica e si distingue tra tutte; in autunno brillano le folte chiome dorate nei parchi, il tessuto fogliare si tinge perfettamente di un giallo confortante. Infine la foglia del ginko è un simbolo di pace, mi ricorda mia mamma che lo sente alla tv. Il passo alla metafora è abbastanza scontato, la foglia che si spezza, perchè il mondo attorno a lei non ha avuto nei suoi confronti abbastanza cura, capacità di preservarla. Una foglia antica, così sottile, fragile, leggera, che a vederla sembra totalmente integra, benchè secca, che resiste ancora dopo mesi e mesi fuori dal suo habitat, la vedo ma se la tocco è quasi impalpabile, inesistente, richiede uno sforzo di leggerezza, di cura, di non pressione, di attesa e concentrazione, di cambio di stato di respiro sospeso. E quelle pagine di Scabia che l'hanno lasciata andare.. parlano così