sabato 24 settembre 2022

giro di boa se scrivessi canzoni, ne scriverei subito una sul ricominciare azzerare ripartire come se niente fosse (passato) se fossi un illustratore quante ne disegnerei ! come quella del perdersi in un bicchier d'acqua e quella del giro di boa a fine estate
Un'estate roBOAante, si passano settimane o mesi in cui a fine serata si sente una sensazione, come un'attesa di un giro di boa. Che poi arriva, basta riconoscerlo. O a volte si sa già ed è solo questione di aspettare quel momento. E quindi volevo disegnare questa cosa del giro di boa, ma non sapevo come. Mi dico sempre " aaah, se solo sapessi disegnare........." quante cose potrei visualizzare, invece che scriverle. E alla fine faccio un disegno senza pretendere troppo, non mi piaceva troppo, ma una persona mi ha detto "bello me lo regali?" E sono stata contenta. Alla fine mi sa che l'importante è farlo lo stesso, e calpestare quest'ansia da prestazione che dappertutto ci insegnano, fare quello che si può, o meglio quel che si vuol. Del resto, è famoso quell'adagio per cui " Tra le righe e i quadretti io scelgo le ondine ". o quella del Pen-Siero che è quel succo di cose spremute dal cervello che esce direttamente dalla punta della penna, del resto lo dice la parola, e se lo dice Lei, noi ascoltiamo. ( ed è anche sempre un pò della sera, il pensiero ) o quella dell' " illuminare le zone d'ombra" un ossimoro prolifico o quella del L'autunno è già qua entrato di soppiatto dalla finestra ! e io farfuglio ancora di onde boe e ciambelloni !

giovedì 24 marzo 2022

prendersi cura tra le pagine Credo che la grande letteratura si chiami così, anche se è solo una frase fatta, perche fa succedere cose, sa sempre trovare a se stessa un perchè, e lo sa far trovare anche a chi si trova sulle sue pagine. Per esempio #1 Succede che arrivo ad aprire Lezione americane di Calvino solo a questa mia tenera età di quasi 40, pur avendolo “sempre” saputo come un caposaldo, pur avendo Calvino tra i miei idoletti di libreria, di poetica e di visione del mondo. Appppppparte il suo stile che da solo è buono a farmi esaltare e sentire subito bene – cioè da risponder alla domanda “ebbè come va” “ benissimo!” Anche se mi è appena caduto un macigno sulla testa . A parte l'assunto di partenza del libro, che si commenta da solo - è successo che ho ritrovato in alcuni passaggi e in tutto il senso del capitolo La leggerezza, dei riferimenti, dei rimandi – non c'è bisogno di aggiungere se impliciti o espliciti, perchè è quello che a lui non interessava, e lo dice sempre qua a proposito del mito, di come noi “usiamo” il mito, ostinandoci a voler interpretare e spiegare, che è proprio ciò che va contro la leggerezza; dei rimandi, dicevo, alla realtà odierna, all'attualità, o meglio, al mio rapportarmi ad essa in generale. E in particolare ... alle vicende di guerra che da qualche settimana fanno parte della realtà.
vicende che ne fanno parta sia che una come me, o io, guardi le notizie sia che no; sia che ci pensi ci soffra si indigni analizzi ne faccia incubi provi pietà, sia che no. In queste settimane, parlando con amici, e dichiarando la mia non persistenza informativa a riguardo, mi sono trovata a chiedermi come mai, se sia giusto o no, se sia diventata cinica o no ( io che..me lo lascio ricordare, a 16 anni guardavo red ronnie non solo perchè ospitava i cantanti ma anche perchè proponeva approfondimenti con giornalisti in studio sulla guerra in Iraq, e che ho interi raccoglitori di rassegne stampa di politica estera dei primi anni 2000 – io che.. faccio troppa fatica a seguire guardare ascoltare i contenuti e toni dovutamente retorici dei telegiornali, e inevitabilmente continuamente aggiornati, notizie sempre diverse e sempre uguali dai secoli dei secoli ( su questo potrei citare qualcosa anche D.H. Thoreau, dal suo Vita nei boschi) cercavo uno straccio di possibile risposta.. o giustificazione ? Il fatto è che riconosco una certa incapacità connessa in primis a una non volontà - o viceversa ? - a proferire parola a riguardo, come un volersi ribellare al non dire banalità, che lo sono in quanto frutto della nostra impotenza, quel senso e quella realtà di impotenza che, di fatto le nostre parole le nostre condivisioni i nostri sforzi di capire e sapere hanno l'umano obiettivo di aggirare, come schiantandosi ogni volta contro un muro di gomma...
Cosa che mi succede spessissimo anche di frontre a opere artistiche, per esempio i film, dato che si parla di “ visione”. “ Il rifiuto della visione diretta” riguarda non solo l'approccio personale ma lo si applica anche a monte del processo comunicativo (prima ancora che artistico: dove nasce un'informazione che qualcun altro è pronto a ricevere), alle scelte registiche / drammaturgiche per esempio, di cosa e come dire e quindi mostrare, di didascalizzare le cose, esempio che si presta bene al tema della violenza, in generale, per esempio.Mostrare tutto o troppo non ci dice niente di nuovo, la maggior parte delle volte. Ma ora sto strasbordando, e non sono preparata per difendere questa tesi qua. Per esempio #2 Tra gli altri testi che parallelamente e ultimamente si affacciano sui miei occhi, sul mio comodino e dai miei zaini , ce n'è uno in particolare che non molla, di quelli che non vuoi rimettere a posto ( o resituire al proprietario prestevole ). Spesso questi sono libri di poesia o similtali, questo non lo è propriamente dato che è una raccolta di racconti di Giuliano Scabia che non sono etichettabili, non sono davvero testi teatrali, commedie, lettere ..ma è poetico nella misura in cui, di nuovo, non dice le cose come sono, non ci viene a descrivere, ma ci porta pagine piene di magia, animali, uomini, evocazioni mitologiche intrecciate con leggende cavalleresche e invenzioni immaginifiche, che per la loro densità e fascino si fanno leggere e rileggere, alla ricerca di sensi-interpretazioni-connessioni-ricordi-ma anche nuove strade. anche solo poche righe ogni tanto, libere dalla schiavitù della storia, dei personaggi, dei significati letterali, del famigerato senso ..
Qualche giorno fa, in uno di questi tirarfuori il libro da una trasferta, ne è scivolata fuori una foglia che ci si era annidata dentro, due foglie anzi, cadute da un albero di ginko biloba, quello che si nei Giardini Pubblici di questa città. Ormai benissimo ingiallite, forse erano là da questo ottobre, forse da quell'altro. La foglia è caduta di nuovo - quindi - e nell'istante in cui mi arriva alle dita ( cambio del tempo narrativo) se ne rompe un angolino, un segmento dell'ondina che ne definisce il contorno lobato. Non ho avuto la prontezza di salvarla, o forse sono proprio io che incautamente l'ho rotta. Eppure aveva resistito a molti piccoli viaggi del libro.. Del resto la più importante caratteristica dell'albero di ginko è proprio la longevità, alla quale si legano i significati simboli legati alle vicende storiche del Giappone, paese da cui ha origine. La bellezza di quest'albero è universalmente riconosciuta, la forma della sua foglia è unica e si distingue tra tutte; in autunno brillano le folte chiome dorate nei parchi, il tessuto fogliare si tinge perfettamente di un giallo confortante. Infine la foglia del ginko è un simbolo di pace, mi ricorda mia mamma che lo sente alla tv. Il passo alla metafora è abbastanza scontato, la foglia che si spezza, perchè il mondo attorno a lei non ha avuto nei suoi confronti abbastanza cura, capacità di preservarla. Una foglia antica, così sottile, fragile, leggera, che a vederla sembra totalmente integra, benchè secca, che resiste ancora dopo mesi e mesi fuori dal suo habitat, la vedo ma se la tocco è quasi impalpabile, inesistente, richiede uno sforzo di leggerezza, di cura, di non pressione, di attesa e concentrazione, di cambio di stato di respiro sospeso. E quelle pagine di Scabia che l'hanno lasciata andare.. parlano così

domenica 24 ottobre 2021

Mi piace quando un book mi accompagna da un inizio stagione a un fine stagione. Stagione che si misura a naso tra una pagina del calendario di uso globale e un giro di boa del mio calendario privato, dove i mesi possono essere di 40 giorni, le settimane di 1 giorno solo, i giorni di 48 ore e cose così. Questo quaderno di un giallo fuorinorma, è iniziato in una domenica di giugno vestita di pioggia, blue note degna di nota per l'ossimoro creativo che apriva. Ho voluto metterci una dedica in calce, non è che lo faccia sempre. E dato che era nuovo - e sottosotto il proprietario del quaderno si convince che sarà un nuovo inizio - ho raccolto da qualche parte nella testa le parole della canzone di Bowie ( nonchè titolo dello spumeggiante musical di Julian Temple del 1986 )che è uno dei tanti recalling refrain che mi accompagnano. Dove alberghino proprio proprio non l'ho mai saputo, se nello spazio dietro le orecchie, dato che si tratta quasi sempre di musica; o nelle tasche, insieme a briciole di scontrini e biscotti; tra le ciglia; nella cesta dell'ombelico; tra i cespugli dei capelli. E quale dedica più classica per la prima pagina bianca di un nuovo quaderno di pagine bianche di " To the absolute beginners ", scritta con una delle penne del momento, sbavata dalle gocce d'inverno che macchiano l'inizio d'estate, un contrordine di poche ore alle nostre aspettative di sole tiepido, un avviso ad essere sempre pronti al cambiamento inatteso. Dopo un quarto di pagine scritte, quell'autodedica avrebbe trovato poi un riscontro nella realtà delle cose, o nelle cose della realtà, ben cotta a puntino dal sole delle finestre di una città lontana, le virgolette che si gonfiano in forma di ghigno dispettoso. Sole che brucia. Poi le pagine continuano a confondersi tra pastelli e inchiostro che marca, punta che vibra ,suono che scarta i pensieri, ne disegna di nuovi, solo sulla carta prende forma l'impensato, il distillato del flusso che ogni minuto di ogni giorno ci attraversa, milioni di sensazioni che non vengono setacciate e registrate nell'immediato, centinaia di storie dai finali aperti, che instagram non può risolvere. Dopo chilometri cantati, stanze scoperte, sieste sottovento, la copertina del quaderno si illumina tra i cumuli di vestiti libri e scarpe slacciate; quel giallo non è pronto per andare in archivio, il calendario ha appena sfogliato sull'autunno, ma il sole è ancora alto e le ultime pagine scalpitano per essere coinvolte in una degna chiusura. E una domenica fa, lo stesso sole di quella città si gira dall'altra parte con la prima danza di foglie; la carta si accuccia tra le radici, che non sono le sue ma vanno bene uguale, verso nuove scritture.

martedì 6 luglio 2021

"Per me non c'è alcun dubbio che il nostro pensiero proceda in massima parte senza far uso di segni ( parole ), e anzi spesso inconsciamente. Come può accadere, altrimenti, che noi ci meravigliamo di certe esperienze in modo così spontaneo ?" Albert Einstein in " Kairòs, apologia del tempo debito" G. Marramao, 1992.
"Questo succede perchè la velocità con cui si muovono le anime è molto inferiore a quella dei corpi. Infatti, esse si sono formate in tempi assai remoti, subito dopo il Big Bang, quando il cosmo non aveva ancora acquistato troppa velocità, ragion per cui poteva guardarsi sempre allo specchio. Lei deve trovarsi un posto tranquillo, sedersi tranquillo e aspettare la sua anima. E' senz'altro dove lei si trovava due, tre anni fa. Dunque, l'attesa potrebbe durare un pò. Per lei non vedo altro rimedio".  da Olga Tocarczuk, Joanna Concejo " L'anima smarrita " 2017

lunedì 7 giugno 2021

Perchè non ricominciare ?

"I call him Mr. Smoke" Vicino di palazzo, dirimpettaio di finestra, compagno di quarantena, specchio di attese. Col freddo indossa volentieri un cappello alla Maigritte, quando esce in terrazzo a fumare la pipa. Questo mi piace tanto perchè mi piace Magritte. Molte volte capitiamo l'uno nello sguardo dell'altro, senza sfuggire, senza restare. Ogni tanto viene a trovarlo una figlia. Una moglie sta sempre dentro. Per strada, giù dal palazzo, non l'ho incontrato mai e poi mai. E questo mi piace ancora di più: è un'immagine impermanente, che vive nella bolla tra la mia finestra e la sua. #quarantena #impermanenza #ierioggiedomani #kronos #anima